Nella primavera del 2004, Enrico Brizzi va per i trent’anni e decide di declinare la sua passione per l’escursionismo secondo un nuovo formato: non più trekking di tre, cinque o sette giorni, ma un vero e proprio viaggio, sognato fin da bambino osservando la carta d’Italia appesa in classe. Un viaggio che ha la forma di una domanda: come sarà andare dal Tirreno all’Adriatico a piedi? Quanti giorni serviranno per spostarsi a piedi da Orbetello sino alla baia di Portonovo, presso il Monte Conero? E come si possono raccordare fra loro le rustiche carrarecce di Maremma, i sentieri del Monte Amiata, le strade bianche senesi e umbre, le tracce che permettono di svalicare l’Appennino e la viabilità minore dell’entroterra anconitano?

Come conviene a ogni avventura, alla vigilia gli interrogativi sopravanzano di gran lunga le certezze. Caricatosi in spalla lo zaino con la tenda, il sacco a pelo e l’occorrente per cucinare, il narratore parte per la Toscana con il fratello Riccardo e, senza rendersene conto, intraprende un viaggio che ridefinirà tanto la sua esistenza personale quanto la sua produzione letteraria. Gli amici di una vita e alcune nuove conoscenze si daranno il cambio al suo fianco fra Toscana, Umbria e Marche, dimostrando un chilometro dopo l’altro che la vita lungo la strada ha un sapore più genuino di quella in città; la fatica e la meraviglia diventeranno compagne immancabili e, una volta tornato a casa, getterà nel cestino le carte del romanzo che andava faticosamente componendo per scriverne di getto uno nuovo di zecca: Nessuno lo saprà. Viaggio a piedi dall’Argentario al Conero diventerà il capofila d’una trilogia di romanzi dedicati alle sue esperienze di viandante e, negli anni, si eleverà a piccolo classico della moderna narrativa di viaggio italiana. Non ultimo, quel viaggio fra Tirreno e Adriatico compiuto da una brigata di amici, sancisce un patto fra eguali e costituisce l’atto fondativo della Psicoatletica.